Nasce così l'idea del paywall e delle notizie a pagamento, ovviamente in contrasto con l'opinione pubblica che al momento è ancora orientata a favore della gratuità delle news. A tal proposito sorgono spontanee domande tipo: "Perché se in rete tutto è gratuito, l'informazione non dovrebbe esserlo?" sostenendo che sia necessario, utile e giusto non far pagare i contenuti online. Al contempo è anche vero che, dal punto di vista economico, questa concezione è filosoficamente corretta ma sostanzialmente insostenibile, per la mancanza di profitto che ne deriva.
Se da un lato l'informazione vuole essere costosa, perché ha molto valore, dall'altro l'informazione vuole essere gratuita, perché produrla sta diventando sempre più economico, tali tendenze sono in contrapposizione. I primi a sbagliare sono stati gli editori stessi che, fin dall'inizio, hanno corso all'offerta di informazioni e alla velocità della loro pubblicazione, determinando, in virtù di tale generosità, il moltiplicarsi stratosferico di accessi.
I contenuti culturale non possono essere gratuiti, possono esserlo i titoli, i flash, le breaking news, ma non il commento dell'esperto, né l'intervista, l'inchiesta, o l'approfondimento. L'idea che sta alla base del paywall consiste nel favorire il riconoscimento del mestiere dei giornalisti, delle loro capacità professionali e dei costi che ci sono dietro la produzione dei contenuti.
Strettamente legato al tema della gratuità è il problema del diritto d'autore. Copiare una notizia e pubblicarla senza darne riconoscimento all'autore significa commettere una violazione del copyright, quest'ultima è sempre stata sanzionata duramente.
"Se in tutti i mezzi di comunicazione è presente tale diritto, perché non dovrebbe essere così anche per il web?"
Poiché la rete non ha confini, a livello giuridico è molto difficile individuare e accusare qualcuno per questo tipo di violazione, a ciò va aggiunto il fatto che non esiste una legge completa, attuale e affidabile in questo ambito. In Italia, ad esempio, il sito della Camera dei deputati mette a disposizione, nella sezione della rassegna stampa, tutte le prime pagine dei principali quotidiani, non pagando alcun diritto. Ciò dimostra che la violazione dei diritti non è assolutamente controllata e in Italia è il Parlamento stesso, colui che le leggi le fa, a non rispettarle.
La mancanza di leggi e controlli è legata ad una difficoltà di definizione del 'bene di consumo online': cosa si può mettere in rete? cosa no? è giusta la filosofia del copyleft, basata sulla gratuità di tutti i documenti e dunque opposta al copyright? Una legislazione più precisa consentirebbe una maggiore qualità di ciò che viene offerto sul web, una migliore diffusione dei suoi contenuti e meno violazioni della privacy.